Il logo di un’azienda non è un semplice simbolo grafico: è la sintesi dell’identità di un brand che mette in contatto l’azienda e il suo pubblico, rendendo memorabile, o per lo meno riconoscibile, un prodotto o un’impresa.
La funzione è rimasta la stessa nel corso del tempo, ma negli ultimi venti anni è mutato il modo in cui questa funzione è realizzata. Con la diffusione degli smartphone e di nuovi contesti come i social network, i brand sono stati costretti a ripensare le proprie identità visive per rispondere alle esigenze di mercato, tecnica o culturale.
Oggi vediamo le modalità principali in cui i loghi sono cambiati in questi anni.
Semplificazione con il flat design
Fino agli anni Duemila, la maggior parte dei loghi aziendali presentavano sfumature, volumi, ombre e dettagli tridimensionali. Caratteristiche che, con l’esplosione dei dispositivi mobili e di conseguenza degli schermi piccoli ad alta densità di pixel, erano sempre meno adatti perché i piccoli dettagli si perdevano, le forme si distorcevano e i loghi risultavano pesanti e difficili da leggere.
Da qui è emerso il flat design, cioè l’approccio opposto a quello precedente: forme bidimensionali, colori piatti, nessun dettaglio tridimensionale. Una scelta, in questo caso, dettata dalla funzionalità dato che un logo piatto si adatta meglio a qualsiasi dimensione dello schermo, si stampa con più facilità e comunica con immediata chiarezza.
Di loghi che hanno subito questa evoluzione ce ne sono tantissimi. Starbucks, McDonald’s e Apple, per esempio, negli anni hanno abbandonato loghi ricchi di sfumature o elementi 3D per arrivare a loghi molto più semplificati.


Responsive design: l’adattabilità per eccellenza
La semplificazione del flat design ha aperto la strada ad un’esigenza ancora più sofisticata, cioè la necessità di avere un logo che funzioni in modo diverso a seconda del contesto in cui viene utilizzato. Questo è il principio alla base del responsive design applicato all’identità visiva.
Un logo deve essere scalabile, cioè leggibile perfettamente sia su un cartellone pubblicitario sia se ridotto alle dimensioni dell’icona di un’applicazione mobile. I loghi scalabili sono versioni diverse sviluppate per contesti d’uso specifici, che progressivamente eliminano i dettagli o le complessità a mano a mano che le dimensioni si riducono.
Tra gli esempi di loghi dal responsive design ci sono Chanel, il cui logo nella versione più ridotta presenta solo le due C intrecciate, e Disney, il cui logo completo “Walt Disney” viene sostituito dalla D stilizzata.


Restyling tipografico: la chiarezza al centro
Negli ultimi anni, il restyling tipografico è scelto da molti brand, soprattutto quelli storici, che sono passati font con grazie (serif), eleganti, tradizionali ma meno leggibili su schermo, a favore di font più lineari e puliti (sans serif), più adatti alla letture digitale.
Il restyling tipografico non è dettato solamente da esigenze tecniche, ma anche dalla volontà di comunicare modernità, accessibilità e apertura, cioè quelle emozioni trasmesse da font sans serif. Valori che, molti brand, hanno voluto incorporare nell’identità visiva per raggiungere nuovi pubblici e rimanere rilevanti.
Uno dei brand più citati come esempio è Zara, che nel 2019 ha deciso di aggiornare il logo con una versione più geometrica, rendendo l’azienda più contemporanea e adatti ai formati digitali. Restando nel campo della moda, anche Burberry ha scelto un logotipo più pulito e neutro per sostituire caratteri molto elaborati.

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